JOSE’ SARAMAGO

VIAGGI

Siamo partiti da Lanzarote sabato scorso, facendo scalo a Siviglia, e poi sulla strada fino a Lisbona. Domenica, come ho già spiegato, siamo stati ad Azinhaga  per la statua che lì hanno messo. Il platano di fronte casa è un autentico splendore, una gamma di verdi ricchissima che ti spinge a una contemplazione prolungata e mi fa pensare: “Non cambiare, resta come sei”. Desiderio inutile, arriverà l’Estate con i suoi calori, l’Autunno con i primi freddi, e le foglie cadranno, lo splendore si estingue, l’albero si addormenta fino a quando una nuova Primavera non verrà a prendere il posto di questa che sta terminando.

Questi pensieri senza nessuna originalità mi hanno ricordato l’ultimo e breve capitolo di Viaggio in Portogallo che, oso pensare, qualcosa di originale lo conteneva. E ho pensato che non sarebbe stato male riportarlo qui, quando siamo in procinto di partire ancora una volta, questa volta per Corunha. Eccolo qui, quindi:

«Il  viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.»

Così è. Così sia.

Dal quaderno di Josè Saramago

un capitolo per il vangelo

Su di me si dev’essere detto che dopo la morte di Gesù mi sono pentita di quelli che chiamavano i miei infami peccati di prostituta e mi sono convertita in penitente per il resto della mia vita, e questo non è vero. Mi hanno innalzato nuda sugli altari, coperta solo dai capelli che mi scendono fino alle ginocchia, con i seni marci e la bocca sdentata, e se è ovvio che gli anni  passati hanno finito per rinsecchire la liscia morbidezza della mia pelle, è successo solo perché a questo mondo nulla può prevalere sul tempo, non perchè io avessi disprezzato e offeso lo stesso corpo che Gesù ha desiderato e posseduto. Chi ha detto quelle falsità contro di me non sa nulla dell’amore. Ho smesso di essere una prostituta il giorno in cui Gesù è entrato in casa mia portando con sé la ferita al piede perché io la curassi, ma di questi prodotti dell’uomo che chiamano peccati di lussuria io non dovrei pentirmi affatto se è stato come prostituta che mi ha conosciuta il mio amore e, avendo provato il mio corpo e saputo quello di cui vivevo, non mi ha voltato le spalle. Quando davanti a tutti i discepoli Gesù mi baciava una e più volte, loro gli chiedevano perché amasse me tanto più che loro, e Gesù rispondeva: “Da cosa dipende che io non vi ami tanto quanto amo lei?” Loro non sapevano cosa dire perché mai sarebbero stati in grado di amare Gesù con lo stesso assoluto amore con cui io lo amavo. Dopo la morte di Lazzaro, la disperazione e la tristezza di Gesù furono tali che, una notte, sotto le lenzuola che copriva le nostre nudità, io gli ho detto: “Non posso raggiungerti dove sei  perché ti sei chiuso dietro una porta impossibile da aprire con forze umane”, e lui ha risposto, lamento e gemito animale che si è nascosto per soffrire: “Anche se non puoi entrare, non ti allontanare da me, tieni sempre stesa la tua mano anche quando non potrai vedermi, se non lo farai mi dimenticherò della vita, o lei mi dimenticherà”. E quando alcuni giorni dopo, Gesù si era ricongiunto con i suoi discepoli, io, che camminavo al suo lato, gli ho detto: “Guarderò la tua ombra se non vorrai che guardi te”, e lui ha risposto: “Voglio trovarmi dove si trova la mia ombra se è lì che saranno i tuoi occhi”. Ci amavamo e ci scambiavamo parole come queste, non solo perché belle e vere, se è possibile che una cosa sia l’una e l’altra allo stesso tempo, ma perché avevamo il presentimento che il tempo delle ombre stesse arrivando ed era necessario che cominciassimo ad abituarci, ancora da uniti, all’oscurità dell’assenza definitiva. Ho visto Gesù resuscitato e in un primo momento mi è sembrato che quell’uomo fosse il giardiniere del suo tumulo, ma oggi so che non lo vedrò mai dagli altari su cui mi hanno messa, per quanto possano essere alti, per quanto possano essere vicini al cielo, per quanti fiori e profumi li possano adornare. Non è la morte che ci ha separati, ci ha separati per sempre la stessa eternità. In quel periodo, abbracciati l’uno all’altra, unite le nostre bocche nello spirito e nella carne, né Gesù era allora quello che di lui si diceva, né io ero quello per cui mi schernivano. Gesù, con me, non è stato il Figlio di Dio, e io, con lui, non sono stata la prostituta Maria Maddalena, siamo stati soltanto quell’uomo e questa donna, tutti e due tremanti d’amore e su cui incombeva il mondo come un avvoltoio sbavante sangue. Hanno detto alcuni che Gesù avesse eliminato sette demoni dalle mia interiora, ma anche questo non è vero. Quello che Gesù ha fatto, invece, è stato svegliare i sette angeli che dormivano nella mia anima in attesa che lui arrivasse a chiedermi cure: “Aiutami”. Sono stati gli angeli che gli hanno curato il piede, sono stati loro che hanno guidato le mie mani tremolanti e hanno ripulito dal pus la ferita, sono stati loro che mi hanno messo sulle labbra la domanda senza la quale Gesù non avrebbe potuto aiutare me: “Sai quello che sono, quello che faccio, di cosa vivo”, e lui ha risposto :”Lo so”, “Non hai dovuto guardare e già sapevi tutto”, e lui ha risposto: “Non so niente””, e io ho insistito: “Che sono una prostituta”, “Questo lo so”, “Che vado a letto con uomini per denaro”, “Sì”, “Allora sai tutto di me” e lui, con voce tranquilla, come la superficie liscia di un lago mormorato, ha detto: “So soltanto questo”. Allora io non sapevo che si trattasse del figlio di Dio, né tantomeno immaginavo che Dio potesse volere un figlio, ma, in quell’istante, con la luce illuminante della comprensione dello spirito, ho capito che solamente un vero Figlio dell’Uomo avrebbe potuto pronunciare quelle tre semplici parole: “So soltanto questo”. Siamo rimasti a guardarci, non ci siamo neanche accorti che a quell’ora gli angeli erano già andati via, e da quel momento in poi, nelle parole e nel silenzio, nelle notte e nel giorno, nel sole e nella luna, nella presenza e nell’assenza, ho cominciato a dire a Gesù chi io fossi, e mi mancava ancora molto per arrivare al punto più profondo di me stessa quando l’hanno ammazzato. Sono Maria Maddalena e ho amato. Non c’è altro da aggiungere.

Il quaderno di Saramago

CECITA’

 
Cecità è un romanzo realista non nel senso classico del termine proprio perché ricorre all’allegoria, ossia ad un modo di dire le cose attraverso la narrazione di altre cose, attraverso simbolismi e metafore. Oggi la vera funzione del romanzo non è più solo quella descrittiva, quanto soprattutto quella riflessiva: a poco a poco il romanzo dovrà aprirsi alla filosofia e alla scienza, diventare la summa delle diverse esperienze umane, e questo nuovo tipo di romanzo – una sorta di simbiosi tra romanzo e saggio – ricorrerà all’allegoria.”
Come a dire che ciò che non può essere descritto tramite i semplici caratteri alfabetici, che risulta arduo per ogni tipo di comprensione analitica, ha bisogno del “geroglifico”, di un’immagine che riassuma e tenga conto di tutte le estensioni possibili della tema trattato e che le svolga in funzione di una maggiore comprensione dell’argomento stesso.

“Ovviamente tali allegorie possono essere più o meno efficaci: ad esempio, l’allegoria del peccato e della tentazione visti come una piovra, utilizzata spesso in passato in ambito cattolico, è un’allegoria che ha sortito i suoi effetti ma che oggi ci sembra piuttosto ingenua. In Cecità l’allegoria assume un altro tipo di efficacia: il romanzo non si svolge in un luogo definito, i personaggi non hanno nome e in più sono progressivamente affetti da una cecità “bianca”. Questa nebulosa è il mondo: vi ho voluto rappresentare il mondo. Ciò implica che l’elemento narrato non si identifica più in ciò che è ma in ciò che significa. Se avessi scritto Cecità in modo tradizionale non avrei ottenuto lo stesso effetto e non ci sarebbe stato lo stesso impatto. In questo caso l’allegoria ha potuto sostituire un modo di comunicare ormai liso e privo di mordente.”
Cade qui una delle critiche che all’allegoria mosse Croce, individuando nella connessione convenzionale e arbitraria tra due fatti mentali diversi (il concetto e l’immagine) la sua sostanziale sterilità.
Per Saramago, come per Black ed altri studiosi di linguistica prima di lui, il rapporto metaforico che mette in relazione il segno con l’oggetto è un rapporto essenzialmente creativo, in grado di produrre sempre nuovi sensi e nuovi punti di vista.

Saramago, quindi, è convinto che l’allegoria non si riduca ad una semplice consuetudo dell’espressione o, per dirla con Benjamin a proposito del dramma barocco tedesco, ad “un’espressione della convenzione”:
“Certe parole, in parte a causa dell’abuso che ne è stato fatto, hanno bisogno di essere reinventate perché ormai prive di senso – un esempio fra tutti può essere quello della parola “democrazia” – e compito dello scrittore è proprio quello di caricarle di nuovi sensi. In questo caso l’allegoria può venirci in aiuto come una sorta di ponte tra il vecchio e il nuovo e in proposito vorrei introdurre la formula “allegoria di situazioni”. L’allegoria di situazioni non intende mascherare l’elemento di realtà, quanto al contrario renderlo più evidente tramite la narrazione di un’altra cosa. Le immagini presenti in Cecità, ad esempio, non sono già note, definite e catalogate. In Cecità ci viene invece presentata una situazione nuova – la cecità – come allegoria del mondo reale. Anche in La caverna (Einaudi, 2000) è possibile riscontrare una situazione del genere: nel centro commerciale che costituisce l’ambientazione del romanzo si vive come se si trattasse di una grande città, con tutte le abitudini quotidiane, la solitudine e via discorrendo; inoltre qui l’allegoria è duplice, perché si fonda sull’uso che della caverna ha fatto Platone.”

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...