ALOE E IMMUNO TERAPIA

Il mio articolo offre delle riflessioni : come mai vengono tenuti nascosti i mezzi alternativi per la cura del cancro, privando cosi le persone malate di informarsi e di essere liberi di scegliere il percorso terapeutico? Possibile che gli interessi delle case farmaceutiche non permettano che si conoscano altre cure a basso costo?. Esiste un alternativa alla chemioterapia? Ecco alcune cure trovate nel web con validita’ scientifica

 Aloe arborescens – Padre Romano Zago

aloe arborescens21Padre Romano Zago, francescano dell’Ordine dei frati minori, brasiliano di origine italiana, è l’autore di una ricetta a base di Aloe che ha portato alla guarigione, negli anni , di moltissime persone affette da malattie derivanti da deficienze immunitarie e oncologiche. La combinazione di miele, che assicura al composto il raggiungimento dei più reconditi angoli dell’organismo, di un distillato, che favorisce il dilatamento dei vasi venosi ed arteriosi e dell’aloe stessa ha prodotto incredibili, ma documentati, risultati nella cura di ogni tipo di tumore. La ricetta di Padre Romano Zago, come riportata nel suo libro, può essere così riassunta: mezzo chilo di miele d’api integrale e sei cucchiai di distillato (grappa, cognac, whisky) ai quali si aggiungeranno le foglie di Aloe (il cui allineamento non supererà il metro), private delle spine, e frullare il tutto.
ra le numerose specie di Aloe esistenti, la più benefica, per il suo più alto contenuto di sali minerali, enzimi, vitamine e aminoacidi è, senza alcun dubbio, quella conosciuta sotto il nome di “Aloe Arborescens” che presenta una concentrazione di principi attivi più elevata, pari ad almeno tre volte quella contenuta nell’Aloe Vera, più diffusa e conosciuta.

Lettera:   Padre Romano Zago OFM, Caixa Postal 2330, 90.001-970 Porto Alegre, RS – Brasil

Telefax:  0055.51.3246.7177

E-mail:     freiromanozago@bol.com.br

Chi è Padre Romano Zago?

Nato in Brasile, nell’attuale comune di Progresso, l’11 aprile del 1932, Romano Zago, ascendenti italiani, entra appena undicenne nel seminario Serafico “San Francesco” di Taquari dove porta a termine gli studi. Diviene novizio nel 1952. Studia filosofia a Daltro Filho e Teologia a Divinipolis, in Mato Grosso, e viene ordinato sacerdote nell’ordine dei Frati Minori. È presto nominato professore presso il seminario di Taquari dove aveva iniziato i suoi studi, nel 1971 si laurea anche in lettere ed insegna Francese, Spagnolo, Portoghese e Latino nelle varie case del suo ordine. Nel 1991 viene inviato a prestare il proprio servizio in Israele, dove prosegue nell’insegnamento ai giovani.
Oggi vive e lavora in Brasile, dove è tornato al termine della sua missione in Terrasanta.

 

INGREDIENTI:
Mezzo chilo di miele d’api (miele biologico di acacia)
40-50 ml (circa 6 cucchiai) di distillato (Grappa, Cognac, whisky, etc.)
350/400 grammi di foglie di Aloe Arborescens.

COME SI PREPARA?
La risposta la fornisce lo stesso Padre: “Togliere le spine dai bordi del le foglie e la polvere depositatasi, utilizzando uno straccio asciutto o una spugna. Tagliare a pezzi le foglie (senza togliere la buccia) e metterle nel frullatore assieme al miele e al distillato prescelto. Frullare bene e il preparato è pronto per il consumo. Non va filtrato, né cotto, ma solo conservato con cura in frigorifero all’interno di un barattolo scuro, ben chiuso”.
Le dosi che il padre consiglia prevedono l’assunzione di un cucchiaio da tavola una mezz’ora prima di ciascuno dei tre pasti principali. Il prodotto va agitato bene prima dell’uso. Concluso il primo barattolo, è il caso di sottoporsi ad una visita medica per capire lo stato della malattia. In base al responso, dopo una pausa di alcuni giorni, si potrà ripetere il ciclo di cura, fino all’ eliminazione del male.
L’aloe utilizzata deve essere una pianta matura, quindi di almeno quattro anni, ed è importante che anche il miele sia di ottima qualità e soprattutto naturale, proprio a causa della sua caratteristica di “trasportatore” delle sostanze benefiche contenute nell’aloe.
Quanto alle reazioni che la somministrazione dell’aloe può dare, Padre Romano Zago precisa che esse non devono spaventare. Rappresentano infatti l’espulsione, la liberazione completa da parte dell’organismo delle sostanze impure, e soprattutto, quando si verificano, hanno una durata limitata, da uno a tre giorni al massimo.
In chi assume la bevanda a base di aloe si possono dunque verificare eruzioni cutanee, oppure diarrea o nei casi più accentuati, conati di vomito: ma il tutto, secondo Padre Romano, indica che si è sulla buona strada, e che gli sforzi fatti iniziano a dare i propri frutti. Tutti possono assumere il preparato, anche se esso è sconsigliato soltanto alle donne in stato di gravidanza, per la loro particolare condizione.

 

Il prof. ZORA e l’Immuno terapia

Il Prof. Zora, Oncologo Italiano, ha messo a punto un prodotto e lo sta facendo utilizzare ai suoi pazienti malati di cancro (diverse migliaia) con esiti che variano fra: massima efficacia, media efficacia. Egli è purtroppo da anni perseguitato come tutti coloro che non utilizzano le terapie ordinate dalla medicina imperante che non vede di buon occhio che pazienti malati di tumore possano sconfessare le tecniche “ufficiali” dell’Istituto Sup. di Sanità e di quelli dei vari “Istituti dei Tumori”. Ha subito anche numerosi processi intentatigli da pretori che si prestano ai giochi dei potenti, ma per ora ne è sempre uscito a testa alta.
Il suo prodotto è un liquido contenente Lipopolisaccaridi estratti da ceppo batterico ibrido NON tossico ed esente da qualsiasi effetto collaterale. Oggi suggerisce in aggiunta al suo prodotto, melatonina ed aloe vera.
Questa non tossicità è ottenuta spezzettando dei DNA provenienti da due batteri appartenenti da ceppi diversi.
Il successivo mescolamento e ricomposizione in nuovo ceppo delle molecole del DNA fa sì che i lipopolisaccaridi estratti dall’ibrido batterico formatosi, non siano più tossici e divengano più attivi.
L’uso di questi prodotti atossici è indicato nelle terapie terminali ove il soggetto è fortemente deperito ed immunodepresso ed ha pochissime possibilità per rispondere alle sollecitazioni farmacologiche; in alcuni pazienti si sono visti dei netti miglioramenti anche in queste condizioni. Utile nei malati di cancro e nei soggetti con marcata immuno deficienza, per poter creare barriere immunologiche; può essere somministrato per via intramuscolare, sottocutanea, aerosolica, intralesionale, endorettale.
Per maggiori particolari chiedere il libretto illustrativo su questo prodotto a: Editrice Andromeda – Bologna

http://www.fondazioneraphael.ch/index.php/it/

Costretto a rifugiarmi in Vaticano perché aiutavo i malati di tumore

di Stefano Lorenzetto

Il professor Giuseppe Zora, all’epoca docente all’Istituto di clinica oncologica dell’Università di Messina, e la dottoressa Anna Tarantino, biologa nel medesimo istituto, formavano una delle coppie più promettenti nel campo della ricerca sui tumori, e non certo perché erano (sono) marito e moglie.

È che trent’anni fa, inoculando nei topi malati di cancro il Corynebacterium parvum, un batterio appartenente alla famiglia dell’agente patogeno che provoca la difterite, avevano constatato sorprendenti regressioni del male.

Ma poi, nel 1979, il professor Saverio D’Aquino, direttore dell’istituto, chiese loro di sperimentare in laboratorio un siero ottenuto dalle feci e dalle urine delle capre, che gli era stato portato da un veterinario di Agropoli (Salerno), il dottor Liborio Bonifacio.

«Scoprimmo che qualche effetto antitumorale sulle cavie malate lo aveva», racconta oggi il professor Zora. «L’anno dopo illustrai i risultati di quella ricerca in un convegno a Saturnia. Fu la fine. Tutto ciò che mia moglie e io avevamo fatto sino a quel momento non valeva più niente». Ciò che avrebbero fatto di lì in avanti sarebbe valso ancora meno.

Eppure il preparato, frutto delle loro ricerche, l’Imb (immunomodulante biologico), non ha niente a che fare col siero Bonifacio. È un prodotto che ha per principio attivo l’Lps, lipopolisaccaride estratto da batteri Gram-negativi, ampiamente studiato presso l’Università di Tours, …

… in grado di supportare il paziente oncologico durante le chemio e le radioterapie.

Fu ostracismo totale. Di più: persecuzione. È passato un quarto di secolo, ma il ricordo è ancora lancinante. La coppia fu costretta a rifugiarsi in territorio vaticano, precisamente nella basilica di Santa Maria in Trastevere, che gode dell’extraterritorialità.

«Io non so se questo farmaco cura il cancro, so soltanto che dinanzi a Dio e a me stesso, come uomo e sacerdote, è mio dovere accogliere questi poveretti e aiutarli», disse il parroco, don Vincenzo Paglia, l’assistente ecclesiastico della Comunità di Sant’Egidio poi divenuto vescovo di Terni.

I poveretti non erano soltanto i coniugi Zora ma anche i 50.000 malati che nei dieci anni successivi furono visitati e curati gratuitamente, condicio sine qua non per operare entro i confini della Santa Sede. Chi voleva, lasciava un obolo per le spese. Ma ancora non bastava.

Il professor Zora dovette subire l’onta di un arresto, passare due notti in galera, essere inquisito una decina di volte, abbandonare la cattedra di oncologia alla Sapienza di Roma.

Nel 1992, per rompere l’assedio, prese con sé la famiglia – moglie e quattro figlie, di cui una oggi laureata in biologia come la madre – e riparò in Svizzera. «Dormivamo in un residence di Morcote, nel Canton Ticino, e intanto i miei avvocati si occupavano dei procedimenti penali».

Non essendoci ordini di cattura che pendevano sul suo capo, da buon cittadino italiano s’è sempre presentato nelle aule di giustizia per gli interrogatori.

Il rogo era nel suo destino: è nato nel 1950 a Nola, il paese campano che diede i natali a Giordano Bruno. Da cinque anni il professor Zora è tornato a vivere sul suolo patrio. Scottato dalla drammatica esperienza, si mantiene tuttavia in zona di sicurezza: ha preso casa a Campione d’Italia, quella piccola porzione di Belpaese, appena due chilometri quadrati, incistata nel territorio della Confederazione elvetica, tra Mendrisio e Lugano.

Ha istituito la Fondazione Raphael, un organismo scientifico di diritto svizzero senza scopo di lucro, con sede a Melide, per lo studio delle terapie nei tumori e nelle malattie degenerative. Ne è presidente onorario monsignor Giovanni D’Ercole, capo ufficio della sezione affari generali presso la Segreteria di Stato vaticana, che quando andava in onda sulle reti Rai fu proclamato da un sondaggio «il volto più affidabile della Tv italiana».

Da quattro anni il professor Zora è tornato a insegnare nell’Università di Milano. Nel suo ambulatorio di Campione l’uomo dell’Imb ora si fa guardare le spalle da un enorme crocifisso di porcellana che ha commissionato a un artista napoletano e dai ritratti di Giovanni Paolo II e padre Pio.

Tutti gli anni va sulla tomba del santo di Pietrelcina. «L’ultima volta, attorniato da gente che soffre, gli ho chiesto: ma io che ci sto a fare qui? Non mi manca nulla. Così ho pregato per gli altri. Come prevenzione».

Per anni è tornato a Roma ad assistere gratis i sieropositivi ospitati nella comunità di don Pierino Gelmini. Ogni due mesi scende fino a Sant’Antimo per visitare, sempre gratuitamente, i malati di tumore della zona di Scampia-Secondigliano.

«Glielo devo: è la mia terra». Che cosa c’entra l’Imb con il siero Bonifacio? «Assolutamente nulla. Infatti non è stato ottenuto dalla capra ma da ceppi batterici acquisiti presso un istituto biologico statunitense.

Vi sono due sentenze di proscioglimento del tribunale di Roma, una del giudice Luigi Gennaro e l’altra del giudice Mario Almerighi, che lo attestano. La seconda afferma testualmente che “la distribuzione del prodotto, non inserito nella farmacopea ufficiale ma non per questo in sé illegale, non è ricollegabile a finalità fraudolente bensì a una nota ostilità dell’industria farmaceutica”».

Quando cominciò a distribuirlo? «I primi trattamenti su pazienti terminali consenzienti, che avevano esaurito tutte le terapie convenzionali, li feci nel 1980, riscontrando subito un miglioramento delle condizioni fisiche e un allungamento della sopravvivenza rispetto alle prognosi ufficiali.

Quando Bonifacio nel 1982, ormai prossimo alla morte, smise di distribuire il suo siero, c’erano queste migliaia di malati che non sapevano dove sbattere la testa. Potevo tenere l’Imb per me? Iniziai a darglielo in un locale del quartiere Testaccio, a Roma. Arrivarono i carabinieri.

Una settimana dopo ero in piazza San Pietro. Migliaia di pazienti sulla gradinata, tre ore a dispensare fiale, con i gendarmi vaticani che osservavano a debita distanza, senza intervenire. Il giorno dopo trovai ospitalità da don Paglia».

Ha mai prescritto agli oncologici di smettere le cure? «Mai. Al contrario, spesso sono io a consigliare ai più riottosi le prime tre linee di chemioterapici. Soltanto dopo sconsiglio d’insistere».

A quanti ha allungato la vita? «Difficile dirlo. Nessuno fa i miracoli. Ma ho pazienti che sono guariti già da 21 anni o che convivono accettabilmente col tumore. Purtroppo non ho qui tutte le cartelle cliniche: ogni volta che me le hanno sequestrate, poi non mi sono più state restituite».

Non può dimostrare se funzioni la chemio o il suo Imb. «Vero. Però il professor Giuseppe Martines, ordinario di terapia medica all’Università di Chieti-Pescara, ha trattato con l’Imb 461 pazienti di entrambi i sessi, tra i 20 e i 70 anni, affetti da 12 diversi tipi di tumore in fase avanzata: polmone, colon, pancreas, cervello, mammella, vescica… Li ha divisi in due categorie: 307 avevano praticato chemio o radioterapia e si trovavano in progressione di malattia; 154 non si erano sottoposti a nessun trattamento a causa della gravità del male o per loro scelta. Dopo quattro anni, il 38% dei pazienti del primo gruppo e il 48% di quelli del secondo erano ancora in vita. Questo dimostra che la risposta è migliore se il sistema immunologico non è stato distrutto dai farmaci antineoplastici».

Cosa pensa dei chemioterapici? «Rispetto ai diserbanti puri che venivano usati 25 anni fa, oggi sono molto più selettivi e meno tossici. Sono anche molto costosi. In media un solo ciclo di sei sedute per trattare un carcinoma della mammella su una donna di circa 60 chili comporta una spesa di 7.800 euro, visto che gli antineoplastici sono dosati in milligrammi e vanno rapportati al peso corporeo».

Ma se l’Imb è così efficace, perché l’industria farmaceutica non se n’è impossessata? «Glielo racconto, perché è la verità. Tra l’82 e l’83, attraverso un amico fotografo di Catania, conosco Vito Scalia, ex ministro della Ricerca scientifica, il quale mi combina un incontro con Alberto Aleotti, proprietario della Menarini e all’epoca presidente di Farmindustria. C’incontriamo all’hotel Bernini Bristol di Roma, presente Scalia e mia moglie. Alla fine Aleotti mi dice: “Professore, a me l’Imb non interessa perché è un prodotto biologico. Non è un prodotto chimico, non è brevettabile, dunque non potrà mai essere mio”. Infatti siamo riusciti a brevettare solo il metodo di preparazione».

Ma ha ceduto il brevetto alla Ocg Ag, un’industria farmaceutica di Berna. «Che però lo fabbrica come prodotto omeopatico, registrato nel 1996 dalle autorità sanitarie elvetiche col nome commerciale Adjuvant plus. Sono fiale da un millilitro iniettabili intramuscolo, in libera vendita in Svizzera, Germania, Austria e San Marino».

L’omeopatia usa princìpi attivi diluiti oltre il limite del numero di Avogadro. Da un punto di vista chimico questi farmaci sono giudicati dalla medicina ufficiale uno zero assoluto. «L’Adjuvant plus è diluito in decimali, secondo le regole dell’omeopatia tedesca, quindi il principio attivo è presente.

Del resto l’Oms ha codificato di recente che il lipopolisaccaride può essere somministrato solo in microgrammi, altrimenti sarebbe tossico. Lei invece sta parlando dei prodotti diluiti in centesimali, dove in effetti il principio attivo non è più presente». I chimici attendono che gli omeopati mostrino finalmente un esperimento ripetibile, almeno uno, in modo da distinguere l’acqua normale dall’acqua omeopatica. «Non si può codificare tutto secondo i canoni che sono stati stabiliti da Tizio o da Caio. Nelle mie fiale non c’è solo la memoria del principio attivo. C’è l’Lps». Costeranno un occhio. «No, 5 euro l’una».

Albert Sabin non ricavò neppure un dollaro dall’antipolio. «Noi lo stesso. La Ocg Ag patrocina soltanto le ricerche scientifiche della Fondazione Raphael. Vivo della mia professione». E quanto si fa pagare? «Una normale parcella: 150 euro la prima visita e 100 quelle successive. Bambini e indigenti non hanno mai pagato».

Scusi se insisto, ma spesso mi sono imbattuto in speculazioni economiche sulla pelle dei malati. «Capisco. Vivo alla luce del sole. Dichiaro 90.000 euro annui di reddito. Mai avuto accertamenti della Finanza. Mai un’accusa per truffa o per lesioni».

Quanti procedimenti giudiziari? «Una decina. Sono sempre venuti a testimoniare in mio favore i pazienti. Sette-otto archiviazioni. Una sola condanna per detenzione di medicinale non autorizzato».

Dimentica l’arresto. «Dalla domenica sera al martedì, in seguito al sequestro dell’Imb da parte dei Nas di Firenze. Un’esperienza traumatica ma anche utile. Mi rinchiusero nella prigione di Arezzo con gli abiti che avevo addosso.

Alle 20, durante l’ora d’aria, fui avvicinato da decine di detenuti. Sapevano già tutto. Radio Scarpa funziona. Mi offrirono pigiama e spazzolino da denti nuovi di zecca, cucinarono per me. Sono cose che non si dimenticano».

Nessuno la difese? «Carlo Taormina, perché era il mio avvocato. E poi i radicali: Emma Bonino, Mauro Mellini, Marco Taradash, Adele Faccio». Ha ancora processi in ballo? «Neanche uno».

S’è dato una spiegazione dei suoi guai giudiziari? «Avevo dimostrato con una ricerca seria in ambito universitario, avallata dal direttore d’istituto professor D’Aquino, che il siero Bonifacio non era acqua fresca, come invece aveva sentenziato nel 1970 la commissione presieduta dall’onorevole Pietro Bucalossi, direttore dell’Istituto dei tumori di Milano, dopo una sperimentazione di soli 16 giorni su appena otto pazienti in fase preagonica.

Il che spiega anche perché una seconda commissione istituita dal ministro Renato Altissimo, e nella quale sedevano il farmacologo Silvio Garattini e altri luminari, anni dopo bocciò senza appello la sperimentazione dell’Imb, sostenendo che non vi erano i presupposti scientifici per avviarla. Almeno al professor Luigi Di Bella la sperimentazione fu concessa».

Ha conosciuto Di Bella? «Nel 1979, dunque in tempi non sospetti. Gli portai a Modena i risultati dei test condotti con l’Imb sulle cavie. Mi spronò a proseguire sulla strada intrapresa». E Bonifacio l’ha conosciuto? «Sì. Lo considero il padre dell’immunologia biologica. Ebbe l’intuizione di riprendere gli studi condotti nell’anno Mille dalla fiorente scuola medica di Salerno, che guariva le malformazioni cutanee con una concrezione di feci caprine chiamata belzoar. Lui ne ricavò una pozione da iniettare per via intramuscolare». Ma fu osteggiato.

«È la sorte dei pionieri. Mia moglie studia da anni la cartilagine di squalo, finora ridicolizzata dalla medicina ufficiale. In polvere, diluita e iniettata negli animali, ha dimostrato di ridurre la massa cancerosa e di rallentarne la crescita perché blocca l’irrorazione sanguigna del tumore. Ricorda il clamore suscitato dalla scoperta del professor Judah Folkman? Due proteine, endostatina e angiostatina, decisive nella lotta al cancro perché impediscono la vascolarizzazione dei tumori. Guarda caso sono contenute nella cartilagine di squalo».

S’è fatto un’idea del perché un organismo sviluppa il cancro e un altro no? «Uno se lo porta dietro geneticamente e l’altro no. Questo non significa che esploda in ogni caso. Vi sono fattori scatenanti». Quali? «Inquinamento ambientale, alimentazione, sconvolgimenti emotivi. Ma al primo posto metterei lo stress. Lo stress ci uccide, fa scempio dei nostri equilibri.

La vita si regge su quattro mattoni: neuro, psico, endocrino, immuno. Cede uno, e viene giù tutto l’edificio». Ha mai avuto parenti colpiti dal cancro? «Mia madre nel 1970. Un tumore della mammella avanzato. Avevo scelto di fare il ginecologo, ma sono diventato oncologo per questo. I suoi due fratelli, medici, insistevano perché si sottoponesse a chemio e radioterapia. Non volle far nulla. È morta nel 2002 a 87 anni. Di ictus».

Stefano Lorenzetto

9 thoughts on “ALOE E IMMUNO TERAPIA

  1. Salve
    vorrei qualche informazione piu approfondita..magari vorrei contattare padre romano. Poiché hanno diagnosticato a mio padre un calcinoma allo stomaco con metastasi al fegato. Vorrei adottare le sue cure. Potete aiutarmi in ciò?

    • Salve purtroppo ho visto solo ora il suo commento
      freiromanozago@bol.com.br questo è l’indirizzo di posta elettronica di Padre Romano Zago.
      Io non sono in alcun modo qualificata per dare consigli.. in questo senso posso solo riferire la mia esperienza personale avendo avuto in famiglia una persona con un carcinoma al pancreas che grazie ad alcune cure alternative ha guadagnato un anno di vita quando gli avevano dato meno di un mese. In particolare mi sono rivolta al dott. Zora che opera in svizzera, lui utilizza principalmente l’immuno terapia oltre all’aloe. Questo è Il link http://www.fondazioneraphael.ch/index.php/it/2012-06-07-16-01-30. Spero che suo padre possa avere dei benefici. Cordiali saluti

  2. Grazie a questo articolo sto curando mia madre con questa ricetta di aloe , in rete ho trovato più aziende ma confesso che la più costosa ma più efficace è certamente l’aloe arborescens superiore prodotta da una ditta del torinese.

    • Buonasera Massimo, come sta sua madre? Può darmi il nome di questa ditta torinese? Ne ho bisogno per curare mio papà. Grazie

    • Ti comunico la mia esperienza: mi chiamo Giorgio ho una metastasi alle ossa, linfonodi etc. da circa sei anni. Cure ormonali, chemioterapia ma da circa un anno prendo l’aloe arboree censura preparata da me come da ricetta di padre Zago. L’aloe l’aloe l’ho comprata al Dexter Garden lago di Garda Brescia, coltivano aloe da 30 anni biologicamente e tre piante di 4-5 anni con spedizione costano 100 euro circa. Ho acquistato energia sia fisica che mentale non tralasciado le cure presso lo IO di Milano.

  3. Utilizzo aloe arborescens da anni, ovvero dal giorno della diagnosi del tumore, ebbene posso garantirvi che inizialmente me la realizzavo da solo, compravo foglie di una ditta di Marsala ed assumevo la dose di 2 cucchiaiate di aloe frullata 3 volte al giorno, poi ho letto un bell’articolo su un quotidiano scritto da un oncologo il quale diceva si all’aloe (non a quella vera,pare non sia adatta al cancro ) poi interveniva un altro grande esperto ricercatore che si chiama Mora, insomma ho capito che era preferibile non frullare ma spremere a freddo il prodotto e togliere alcol e miele. Ebbene Massimo mi ha fornito l’indirizzo dell’azienda leader in Italia e mi sono fatta spedire le prime 8 bottiglie(certo sono care) ma sono fenomenali sopratutto il prodotto chiamato aloe arborescens superiore. Oggi suggerirei quel prodotto e solo quello a tutti i malati che desiderano qualcosa di veramente superiore . Per mia fortuna l’aloe della ditta del torinese oggi la utilizzo solo per fare cicli preventivi Settembre -Aprile con una ventina di bottiglie all’anno i miei controlli sono perfetti. NB: Ringrazio Massimo L che mi ha dato lo spunto lo scorso anno ed il titolare del blog per la grande disponibilità

      • Aloe Ghignone superiore di Pecetto torinese, ho fra l’altro esteso l’impiego di questo prodotto a molti miei parenti con patologie simili alle mie, ovvio il prezzo non è popolare ma è sorprendente anche in presenza di recidive come nel caso di zia Carla oggi 82 enne in buone condizioni

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